In metro, il 27 agosto. Non c’era nessun bar aperto e nemmeno il giornalaio lo era, volevo comprare come d’abitudine l’Unità. Niente cornetto e niente giornale per me. Il sole delle 7 e 20 è un pò spento, non promette di essere un leone, almeno oggi. Salgo; che facce strane. Davanti a me c’e’ un manifesto, una cosa orribile, promette una festa. A guardarlo non rispetta le linee di forza, non ha coerenza grafica. Ha soli pennelli di Photoshop. Sembrano siano dappertutto, i pennelli di Photoshop. Sui vestiti, sui costumi, nelle pubblicità, sugli oggetti. Ovunque. A guardare bene è tutto un turbinio di pennelli di Photoshop. Ci fermiamo e sale un personaggio strano alto quasi quanto me, ma molto grasso, con un gessato blu molto sguacito. Si siede dietro di me; tempo due secondi e mi accorgo che puzza davvero in una maniera metastorica. Una puzza di quelle che permane l’ambiente indiependentemente dal giudizio pronunciato dall’idea di un ipotetico tribunale storico immutabile. Una puzza resistente perfino allo storicismo di Hegel e di Croce. Mi sporgo più avanti, dirimpetto c’e’ un omino fine, sui quaranta, ha le auricolari e sembra ascoltare rock sbiadito. Ha occhietti vispi e sembra aver capito perchè mi son sporto. Getto un’occhiata. Mi accorgo che un signore, pochi sediolini più in là sta parlando di TAN e TAEG ad una ragazza, sul fatto che i giovani si indebitano, che non sanno la differenza. Io la conosco la differenza, mi dico che sono fortunato. Gli unici due acquisti importanti che ho fatto nella mia vita sono stati la macchina e il pc, tutte e due sull’unghia. Non voglio permettermi qualcosa che non potrei solo perchè qualcuno mi ha fatto il favore di vendermelo ad un prezzo più alto in cambio della comodità di essere schiavo di una cambiale. L’uomo che faceva la predica si alza e va via; ne entrano altri. Uno lo noto subito. E’ appiccicoso di sudore, di quelli che noti da lontano; ha una camicia dozzinale a righe verticali bianche e color paglia a maniche corte, una giacca in mano marroncino e un cravattone con un nodo enorme. E’ sulla cinquantina, la cravatta e la camicia a maniche corte fanno a cazzotti. Mi chiedo che anche la cravatta sia un pennello di Photoshop. Magari lo è anche la puzza del tizio alle mie spalle. Un pennello olfattivo. La mia carrozza con il suo ripieno improbabile si avvia mesta, verso Napoli; tutto mi sembra un pennello di Photoshop; la realtà mi appare così bidimensionale, senza profondità di campo. Non c’e’ spazio per il grandangolo; c’e’ solo il pennello di Photoshop che potente come un Dio appiccica le cose addosso, in un’apoteosi di caricature spicciole, sconce e superficiali. Mi domando se il mio flusso di coscienza, la mia durata, il mio esserci, non sia un pennello di Photoshop, trovo l’idea alquanto bizzarra e astratta. Guardo in fondo alla carrozza, i posti sono quasi tutti presi; ognuno silente si lascia trasportare verso l’inferno di cemento, corrucciati da questo o quel fardello. I fardelli a Napoli non portano sofferenza, il napoletano con un misto di rassegnazione e ineluttabile carità verso se stesso si abbraccia alla sua croce, porta sul Golgota i suoi problemi. Li porta come se portasse una busta per la spesa un pò troppo piena, ha paura che si possa rompere, anche se sa che non succederà e nel contempo sa che se vuole mangiare – vivere – deve portare la busta con la spesa a casa, al tredicesimo piano. Non dico affatto che al napoletano piaccia il fatto che con i soldi che ha dato alll’amministratore del palazzo – che abita al primo piano – questi si sia comprato una macchina per arrivare al supermercato e poi subito dopo anche il supermercato, il napoletano non è sadico; il napoletano guarda le scale e pensa che addà passà a nuttat. Poi che la notte non passi a volte è solo un caso.
Siamo quasi arrivati alla meta, e mi sento un pò impaurito. Devo consegnare delle carte in segreteria, così possono dirmi che mi laureo, io lo posso dire a mamma e mamma così può dimezzare la dose di valeriana che si prende. Almeno così dice, penso che non le diminuirà affatto. L’omino dagli occhi sbiaditi si alza in piedi, ha una polo della Lacoste color malva; penso che il coccodrillino, che è sicuramente un pennello di Photoshop, deve essere proprio incazzato perchè l’hanno messo in un mare color malva. Insomma il malva non è un colore per coccodrilli. Getto uno sguardo alla locandina con tutti i pennellidi Photoshop, penso che ci scriverò su qualcosa, che tanto in ogni caso verrà fuori una cosa brutta, che i pensieri che ho in mente dopo poco che li ho pensati già perdono d’espressività. Mi chiedo se nel set di pennelli del mio Photoshop ho qualche pennello con i libri. No non ce l’ho, anche se ho qualche pergamena, qualche fiocco, tanti fiori e utensili e cose varie che non mi serviranno a molto, dico nello scrivere. Un pennello di Photoshop a forma di ombrello non può aiutarti a scrivere il Gattopardo oppure La Bibbia di Giobbe, anche se mi sarei accontentato senz’altro della due. Il mio flusso di coscienza si interrompe con l’arrivo della metro a destinazione; la cosa particolare è che sono già sei giorni che non vedo Lorena e tutto il mio pensare presuppone la sua interlocuzione. Mentre pensavo una parte di me mi diceva che non scrivo così male, che un coccodrillo in un mare malva è un’idea cretina, che il manifesto è fatto male ma non è poi così brutto, anche se il verde mela è oggettivamente brutto, che sì, l’uomo alle mie spalle puzzava e che il cravattone sopra la camicia a maniche corte è orripilante. Avrebbe riso all’idea dei pennelli di Photoshop, avrebbe detto che io sono un gran bel pennello e che vuole che sia solo nel suo programma, anzi che no, che il suo pc è vecchio e fatica ad usare Photoshop, che ne vuole uno nuovo, un laptop, da lì avremmo iniziato a parlare di pc e saremmo finiti senz’altro a parlare di qualche cosa astrusa come gli artisti che dipingono con il sangue mestruale o di qualche minchioneria stronza et faceta sullo spettacolo della politica che davano ieri sera a tv spenta, passando per un pennello a forma di ombrello di Photoshop. Penso sia d’accordo anche sul fatto che addà passà a nuttat.