E così stai morendo, non metaforicamente, ma per davvero. Finisci, nel senso letterale del termine. Non sei mio nonno, non ti conosco, ti conosco attraverso le parole di Lorena, ma mi ricordi mio nonno. Nel morire sei anche mio nonno. Penso che creare sia egoismo, e mi scuso con te e l’idea stessa di vita se dinnanzi alla morte scelgo di scrivere conscio che non posso fare nient’altro. Essere precari è una cosa che ci dimentichiamo in fretta e l’idea stessa di una persona che sta andando ci angoscia profondamente. Basta poco, la quotidianità o la banalità di una vita appena sorridente a farci dimenticare che siamo di passaggio. Se penso a come ti stai vivendo le tue ultime ore sento il gelo dento di me, gelo d’impotenza, di piccolezza dinnanzi ad un uomo che muore, ad una vita che si spegne. Il mistero della vita e della morte sembrano così enormi per me, che dopotutto sono solo un piccolo essere calato nel buio. Mentre ti scrivo potresti già esser morto. Vorrei che smettessi di soffrire, come volevo che smettesse mio nonno, tanto tempo fa. Lui ci riuscì e provai un lieve senso di liberazione e subito me ne vergognai. Non piansi per molto tempo. Più di anno, credo, poi una notte piansi come un bambino, un pò come sto piangendo ora, o come piange mia madre quando nei suoi momenti di sfogo ti pensa. Così all’improvviso. Piansi. Fu un pianto liberatorio, mi sentii molto leggero e quella notte non me ne vergognai. Non so cosa è successo, ci sono alcune cose che un uomo non dovrebbe chiedersi o vedere, semplicemente perchè sono al di là del suo stupido campo visivo. Da quel che ho letto, da quel che ho visto, da quel che ho vissuto a volte la vita ti mette nelle condizioni di voler morire. Di desiderare la morte come unica strada possibile, perchè fra il non essere e il soffrire la scelta sembra scontata. Non so che tipo sei, non lo saprò mai, ti posso vivere solo nella parole di Lorena ma ti posso raccontare di mio nonno. Mio nonno si chiamava come me, Francesco e aveva il mio stesso cognome. Se ne andò in un lampo. Fu quella cosa che dalle mie parti chiamano male e che solo la vera parola arrotata mette paura, perchè ricorda quanto siamo stati svenduti ad un padrone che non conosciamo. Era alto e bello, fumava molto, molto più di te e per paradosso la parte che lo tradì non furono i polmoni ma il pancreas. Era un tipo solitario e da lui ho imparato che con è quasi mai piacevole avere a che fare con le persone. Preferiva il caffè, le carte, bestemmiare vedendo le partite, scendere con gli amici e bere vino rosso. Era un tipo molto semplice, un marinaio. Sono molto fiero di lui anche se al referendum fra monarchia e repubblica votò per la prima. Era un pescatore, uno che viveva il mare. Mia madre ha preso da lui la passione per il mare e infatti sono 40 anni che fa la marittima. Da lui ho imparato anche che le alici piccole possono essere mangiate con tutta la lisca e se hai una spina di pesce in gola puoi mangiare una mollica di pane e forse ti si toglie. Ho imparato un sacco di cose da lui ma ora non me le ricordo, vorrei ricordarle tutte ma non posso, probabilmente perchè non basta un cervello ed un cuore intero per ricordare quante cose ti ha insegnato una persona che è morta. La prima volta che feci il caffè lui mi guardava, oggi lo faccio due o tre volte al giorno, insomma prendo una tazzina anche per lui, perchè gli piaceva. Quando vidi i manifesti sotto casa mia, la mattina dopo sembrava che insieme a lui fossi morto anche io. Il mio nome l’ho già visto sul manifesto mortuario, ma non ero io. Era lui e mi fece uno strano effetto. Ricordo che non riuscii a piangere, ne avevo bisogno, ma c’erano un grosso casino a casa. Tu sei un tesoro che muore e nel morire seppellisci dentro di te un sacco di emozioni, pensieri, sorrisi; noi saremo capaci solo di seppellire te come tu fai con te stesso in queste tue ultime ore. Non so nemmeno se sei credente, ma penso sia difficile in queste ore rinnegare qualcosa che sembra in grado non dico di farti vivere, ma almeno farti morire e non lo fa. Io non credo. Negli ultimi due anni ho studicchiato le religioni antiche e meno antiche, in facoltà e non. Credo che però qualcosa c’e’. Insomma non il Dio Dio. Qualcosa. Penso, almeno. So che più del tumore ti ammazza l’orgoglio. L’idea che stai finendo ti appartiene probabilmente da un pò ma non vuoi che quest’idea sia anche delle persone che ti sono care. Non vuoi leggere la pietà negli occhi dei tuoi cari, il dolore e la compassione delle persone che ti sono state una vita intera vicino sono molto peggio del rumore dei tuoi polmoni malati inadatti a respirare e molto peggio del dolore fisico. Sono due dolori che probabilmeno non si sommano. Non si moltiplicano nemmeno in maniera semplice. Si elevano entrambi a potenza, l’uno ha per esponente l’altro; poi ancora si moltiplicano ancora e poi ancora ad ogni occhiata che ti raggiunge, sia essa estranea o familiare. Non ti conosco vecchio, non ti conoscerò e in questo istante mi sembra la cosa più importante di questo mondo conoscerti, e so che non potrò farlo. Tornando indietro mi sazierei di più dello sguardo di mio nonno e non starei in silenzio tutte le volte che stavamo nella stessa stanza. Ti chiedo, e so che non potrai farlo però lo scrivo ugualmente, di portare un saluto a mio nonno quando andrai lontano, nella terra dove vanno tutti i nonni quando muoiono, qualora lo vedessi. Non so se vi riconoscerete, non penso. Però una volta ogni tanto vorrei dirmi una bugia e credere che vi incontrerete, così solo per guardare me e Lore che ci abbracciamo e scambiarvi un sorriso. Ora la smetto sennò divento pietoso e poi sento che sto finendo le lacrime. Ti auguro di smettere di soffrire presto, vecchio.
Francesco.