Lunedì: minestrone.

29 Settembre 2009 di lhaudian

A casa mia, dopo gli eccessi gastronomici del weekend, generalmente ci si mette a dieta. Il minestrone diventa la giusta declinazione napoletana del ramadan islamico. A pranzo il lunedì ci si scassa le palle col minestrone. Con olio a crudo, senza sale, senza minestrone. E’ più una punizione che ingenera catarsi che minestrone. Il lunedì mangiamo catarsi. Eccheccazzo. Poi puntualmente il martedì ci si strozza con corde di salsicce chilometriche, migliaia fiammiferi di patate fritte, e via dicendo. Però il lunedì catarsi. Io l’ho sempre trovata una cosa stupida e come tutte le usanze stupide l’ho rispettata si e no una decina di volte nella mia vita.

Scriveva Jung che la colpa è un motore immobile di potenza straordinaria, che può generare comportamenti compensatori stranissimi. Il minestrone non è altro che una compensazione simbolica vissuta a livello totale [poichè tutti lo mangiano a casa mia] e per questo simulacro di una vergogna atavica della propria fame. C’è da dire che ognuno ha il suo minestrone, cioè ognuno mette in atto comportamenti compensatori puramente simbolici [si, anche io].

Lettera ad un vecchio mai conosciuto.

24 Settembre 2009 di lhaudian

E così stai morendo, non metaforicamente, ma per davvero. Finisci, nel senso letterale del termine. Non sei mio nonno, non ti conosco, ti conosco attraverso le parole di Lorena, ma mi ricordi mio nonno. Nel morire sei anche mio nonno. Penso che creare sia egoismo, e mi scuso con te e l’idea stessa di vita se dinnanzi alla morte scelgo di scrivere conscio che non posso fare nient’altro. Essere precari è una cosa che ci dimentichiamo in fretta e l’idea stessa di una persona che sta andando ci angoscia profondamente. Basta poco, la quotidianità o la banalità di una vita appena sorridente a farci dimenticare che siamo di passaggio. Se penso a come ti stai vivendo le tue ultime ore sento il gelo dento di me, gelo d’impotenza, di piccolezza dinnanzi ad un uomo che muore, ad una vita che si spegne. Il mistero della vita e della morte sembrano così enormi per me, che dopotutto sono solo un piccolo essere calato nel buio. Mentre ti scrivo potresti già esser morto. Vorrei che smettessi di soffrire, come volevo che smettesse mio nonno, tanto tempo fa. Lui ci riuscì e provai un lieve senso di liberazione e subito me ne vergognai. Non piansi per molto tempo. Più di anno, credo, poi una notte piansi come un bambino, un pò come sto piangendo ora, o come piange mia madre quando nei suoi momenti di sfogo ti pensa. Così all’improvviso. Piansi. Fu un pianto liberatorio, mi sentii molto leggero e quella notte non me ne vergognai. Non so cosa è successo, ci sono alcune cose che un uomo non dovrebbe chiedersi o vedere, semplicemente perchè sono al di là del suo stupido campo visivo. Da quel che ho letto, da quel che ho visto, da quel che ho vissuto a volte la vita ti mette nelle condizioni di voler morire. Di desiderare la morte come unica strada possibile, perchè fra il non essere e il soffrire la scelta sembra scontata. Non so che tipo sei, non lo saprò mai, ti posso vivere solo nella parole di Lorena ma ti posso raccontare di mio nonno. Mio nonno si chiamava come me, Francesco e aveva il mio stesso cognome. Se ne andò in un lampo. Fu quella cosa che dalle mie parti chiamano male e che solo la vera parola arrotata mette paura, perchè ricorda quanto siamo stati svenduti ad un padrone che non conosciamo. Era alto e bello, fumava molto, molto più di te e per paradosso la parte che lo tradì non furono i polmoni ma il pancreas. Era un tipo solitario e da lui ho imparato che con è quasi mai piacevole avere a che fare con le persone. Preferiva il caffè, le carte, bestemmiare vedendo le partite, scendere con gli amici e bere vino rosso. Era un tipo molto semplice, un marinaio. Sono molto fiero di lui anche se al referendum fra monarchia e repubblica votò per la prima. Era un pescatore, uno che viveva il mare. Mia madre ha preso da lui la passione per il mare e infatti sono 40 anni che fa la marittima. Da lui ho imparato anche che le alici piccole possono essere mangiate con tutta la lisca e se hai una spina di pesce in gola puoi mangiare una mollica di pane e forse ti si toglie. Ho imparato un sacco di cose da lui ma ora non me le ricordo, vorrei ricordarle tutte ma non posso, probabilmente perchè non basta un cervello ed un cuore intero per ricordare quante cose ti ha insegnato una persona che è morta. La prima volta che feci il caffè lui mi guardava, oggi lo faccio due o tre volte al giorno, insomma prendo una tazzina anche per lui, perchè gli piaceva. Quando vidi i manifesti sotto casa mia, la mattina dopo sembrava che insieme a lui fossi morto anche io. Il mio nome l’ho già visto sul manifesto mortuario, ma non ero io. Era lui e mi fece uno strano effetto. Ricordo che non riuscii a piangere, ne avevo bisogno, ma c’erano un grosso casino a casa. Tu sei un tesoro che muore e nel morire seppellisci dentro di te un sacco di emozioni, pensieri, sorrisi; noi saremo capaci solo di seppellire te come tu fai con te stesso in queste tue ultime ore. Non so nemmeno se sei credente, ma penso sia difficile in queste ore rinnegare qualcosa che sembra in grado non dico di farti vivere, ma almeno farti morire e non lo fa. Io non credo. Negli ultimi due anni ho studicchiato le religioni antiche e meno antiche, in facoltà e non. Credo che però qualcosa c’e’. Insomma non il Dio Dio. Qualcosa. Penso, almeno. So che più del tumore ti ammazza l’orgoglio. L’idea che stai finendo ti appartiene probabilmente da un pò ma non vuoi che quest’idea sia anche delle persone che ti sono care. Non vuoi leggere la pietà negli occhi dei tuoi cari, il dolore e la compassione delle persone che ti sono state una vita intera vicino sono molto peggio del rumore dei tuoi polmoni malati inadatti a respirare e molto peggio del dolore fisico. Sono due dolori che probabilmeno non si sommano. Non si moltiplicano nemmeno in maniera semplice. Si elevano entrambi a potenza, l’uno ha per esponente l’altro; poi ancora si moltiplicano ancora e poi ancora ad ogni occhiata che ti raggiunge, sia essa estranea o familiare. Non ti conosco vecchio, non ti conoscerò e in questo istante mi sembra la cosa più importante di questo mondo conoscerti, e so che non potrò farlo. Tornando indietro mi sazierei di più dello sguardo di mio nonno e non starei in silenzio tutte le volte che stavamo nella stessa stanza. Ti chiedo, e so che non potrai farlo però lo scrivo ugualmente, di portare un saluto a mio nonno quando andrai lontano, nella terra dove vanno tutti i nonni quando muoiono, qualora lo vedessi. Non so se vi riconoscerete, non penso. Però una volta ogni tanto vorrei dirmi una bugia e credere che vi incontrerete, così solo per guardare me e Lore che ci abbracciamo e scambiarvi un sorriso. Ora la smetto sennò divento pietoso e poi sento che sto finendo le lacrime. Ti auguro di smettere di soffrire presto, vecchio.

Francesco.

Massì.

4 Settembre 2009 di lhaudian

Stillicidio.

Scleri notturni.

31 Agosto 2009 di lhaudian

Sono pallido come il libro che sto leggendo. Andando con lo zoppo…

Mi mancano sempre le solite 7/8 pagine del cazzo ad una tesi che mi ha visto per 80 giorni 80 scrivere. dovevo incominciare 60 giorni prima ma sono un idiota e la colpa è solo mia.

Mi sveglio fra 5 ore 5. Cinque ore di sonno, anche questa notte.

Qualsiasi cosa che scrivo, fra tesi e altro mi risulta troppo stupida/banale/faceta/non pregnante. insomma come questo post.

voglio la mia macchina. la vorrei domani. è da sabato 8 agosto che sta dal meccanico. il mio meccanico non è mai andato in ferie. ci va quest’anno. ha scoperto il villaggio vacanze. 15 giorni.

forse faccio la magistrale a napoli. forse.

mi sento inutile e sopravvalutato. penso spesso a come poter perdere la vita in maniera stupida.

vorrei essere nato al circolo polare artico.

sono sicuro che se un giorno decidessi di diventare qualcosa, non lo diventerò, perchè ho scelto di laurearmi nel corso più idiota dell’universo.

ho perso due pronostici [di cui uno non per colpa mia].

pur sforzandomi non migliore nemmeno nella cosa che mi riesce meglio: bestemmiare.

ah, mi manchi.

La rosa purpurea del Cairo.

30 Agosto 2009 di lhaudian

Avrei da scrivere per ore. E’ tutto inutile, se non ci sei.

Te lo scrivo io.

29 Agosto 2009 di lhaudian

La luce bassa del tramonto rende la mia ombra più alta della mia anima; malinconico e vuoto sto seduto sulla spiaggia a fissare il mio pezzo di mare. Soffusa e felice, luce circonfusa, foca, si lascerà annegare ancora una volta. Qualche gabbiano, qualche ragazzino. Qualche pensiero strano. Aggrappato alla tua idea cerco di non dimenticare il tuo profumo, almeno prima che venga sera. Ritrovando qualcosa che avevo perso, sicuramente da un’altra parte -ma non ricordo dove-, ritorno. Ritorno verso di te.

Tentativi di spiegazione tesi a mia madre.

28 Agosto 2009 di lhaudian

Ma si può sapere cosa stai scrivendo?
Ora sto scrivendo sui problemi dell’ermeneutica rapportata alla secolarizzazione…
Ah… E cos’e’ l’ermeneutica…
…Uhm allora, mamma, lo vedi il cestino.. lì sul mobile?
Si..
E vedi dentro c’e’ una mela…
Si…
Bene… l’ermeneutica studia i problemi fra te e la mela.
Ma io non ho nessun problema con la mela…
Infatti…

Vabbhè, ma quanto tempo ci vuole per scrivere una tesi?
Dipende su cos’è, dalla bibliografia…
Ah…
Tipo ora sto scrivendo del nichilismo…
Cos’e’ il nichilismo?
Hai presente Buona Domenica?
Si…
Quello.

Ora sto scrivendo del non-storico e del sovrastorico come categorie del metastorico nella filosofia di Nietzsche..
Cos’e’ il sovrastorico?
Hai presente il momento in cui andrò in lavorare?
No…
Quello è sovrastorico.

Cos’e’ l’esoterismo?
Mamma, nell’universo c’e’ una verità…
Si…
E tu non la puoi raggiungere.

Discorsi inutili in prosa.

28 Agosto 2009 di lhaudian

In metro, il 27 agosto. Non c’era nessun bar aperto e nemmeno il giornalaio lo era, volevo comprare come d’abitudine l’Unità. Niente cornetto e niente giornale per me. Il sole delle 7 e 20 è un pò spento, non promette di essere un leone, almeno oggi. Salgo; che facce strane. Davanti a me c’e’ un manifesto, una cosa orribile, promette una festa. A guardarlo non rispetta le linee di forza, non ha coerenza grafica. Ha soli pennelli di Photoshop. Sembrano siano dappertutto, i pennelli di Photoshop. Sui vestiti, sui costumi, nelle pubblicità, sugli oggetti. Ovunque. A guardare bene è tutto un turbinio di pennelli di Photoshop. Ci fermiamo e sale un personaggio strano alto quasi quanto me, ma molto grasso, con un gessato blu molto sguacito. Si siede dietro di me; tempo due secondi e mi accorgo che puzza davvero in una maniera metastorica. Una puzza di quelle che permane l’ambiente indiependentemente dal giudizio pronunciato dall’idea di un ipotetico tribunale storico immutabile. Una puzza resistente perfino allo storicismo di Hegel e di Croce. Mi sporgo più avanti, dirimpetto c’e’ un omino fine, sui quaranta, ha le auricolari e sembra ascoltare rock sbiadito. Ha occhietti vispi e sembra aver capito perchè mi son sporto. Getto un’occhiata. Mi accorgo che un signore, pochi sediolini più in là sta parlando di TAN e TAEG ad una ragazza, sul fatto che i giovani si indebitano, che non sanno la differenza. Io la conosco la differenza, mi dico che sono fortunato. Gli unici due acquisti importanti che ho fatto nella mia vita sono stati la macchina e il pc, tutte e due sull’unghia. Non voglio permettermi qualcosa che non potrei solo perchè qualcuno mi ha fatto il favore di vendermelo ad un prezzo più alto in cambio della comodità di essere schiavo di una cambiale. L’uomo che faceva la predica si alza e va via; ne entrano altri. Uno lo noto subito. E’ appiccicoso di sudore, di quelli che noti da lontano; ha una camicia dozzinale a righe verticali bianche e color paglia a maniche corte, una giacca in mano marroncino e un cravattone con un nodo enorme. E’ sulla cinquantina, la cravatta e la camicia a maniche corte fanno a cazzotti. Mi chiedo che anche la cravatta sia un pennello di Photoshop. Magari lo è anche la puzza del tizio alle mie spalle. Un pennello olfattivo. La mia carrozza con il suo ripieno improbabile si avvia mesta, verso Napoli; tutto mi sembra un pennello di Photoshop; la realtà mi appare così bidimensionale, senza profondità di campo. Non c’e’ spazio per il grandangolo; c’e’ solo il pennello di Photoshop che potente come un Dio appiccica le cose addosso, in un’apoteosi di caricature spicciole, sconce e superficiali. Mi domando se il mio flusso di coscienza, la mia durata, il mio esserci, non sia un pennello di Photoshop, trovo l’idea alquanto bizzarra e astratta. Guardo in fondo alla carrozza, i posti sono quasi tutti presi; ognuno silente si lascia trasportare verso l’inferno di cemento, corrucciati da questo o quel fardello. I fardelli a Napoli non portano sofferenza, il napoletano con un misto di rassegnazione e ineluttabile carità verso se stesso si abbraccia alla sua croce, porta sul Golgota i suoi problemi. Li porta come se portasse una busta per la spesa un pò troppo piena, ha paura che si possa rompere, anche se sa che non succederà e nel contempo sa che se vuole mangiare – vivere – deve portare la busta con la spesa a casa, al tredicesimo piano. Non dico affatto che al napoletano piaccia il fatto che con i soldi che ha dato alll’amministratore del palazzo – che abita al primo piano – questi si sia comprato una macchina per arrivare al supermercato e poi subito dopo anche il supermercato, il napoletano non è sadico; il napoletano guarda le scale e pensa che addà passà a nuttat. Poi che la notte non passi a volte è solo un caso.

Siamo quasi arrivati alla meta, e mi sento un pò impaurito. Devo consegnare delle carte in segreteria, così possono dirmi che mi laureo, io lo posso dire a mamma e mamma così può dimezzare la dose di valeriana che si prende. Almeno così dice, penso che non le diminuirà affatto. L’omino dagli occhi sbiaditi si alza in piedi, ha una polo della Lacoste color malva; penso che il coccodrillino, che è sicuramente un pennello di Photoshop, deve essere proprio incazzato perchè l’hanno messo in un mare color malva. Insomma il malva non è un colore per coccodrilli. Getto uno sguardo alla locandina con tutti i pennellidi Photoshop, penso che ci scriverò su qualcosa, che tanto in ogni caso verrà fuori una cosa brutta, che i pensieri che ho in mente dopo poco che li ho pensati già perdono d’espressività. Mi chiedo se nel set di pennelli del mio Photoshop ho qualche pennello con i libri. No non ce l’ho, anche se ho qualche pergamena, qualche fiocco, tanti fiori e utensili e cose varie che non mi serviranno a molto, dico nello scrivere. Un pennello di Photoshop a forma di ombrello non può aiutarti a scrivere il Gattopardo oppure La Bibbia di Giobbe, anche se mi sarei accontentato senz’altro della due. Il mio flusso di coscienza si interrompe con l’arrivo della metro a destinazione; la cosa particolare è che sono già sei giorni che non vedo Lorena e tutto il mio pensare presuppone la sua interlocuzione. Mentre pensavo una parte di me mi diceva che non scrivo così male, che un coccodrillo in un mare malva è un’idea cretina, che il manifesto è fatto male ma non è poi così brutto, anche se il verde mela è oggettivamente brutto, che sì, l’uomo alle mie spalle puzzava e che il cravattone sopra la camicia a maniche corte è orripilante. Avrebbe riso all’idea dei pennelli di Photoshop, avrebbe detto che io sono un gran bel pennello e che vuole che sia solo nel suo programma, anzi che no, che il suo pc è vecchio e fatica ad usare Photoshop, che ne vuole uno nuovo, un laptop, da lì avremmo iniziato a parlare di pc e saremmo finiti senz’altro a parlare di qualche cosa astrusa come gli artisti che dipingono con il sangue mestruale o di qualche minchioneria stronza et faceta sullo spettacolo della politica che davano ieri sera a tv spenta, passando per un pennello a forma di ombrello di Photoshop. Penso sia d’accordo anche sul fatto che addà passà a nuttat.

2/9

26 Agosto 2009 di lhaudian

mi manchi

Come combattere i travasi di bile.

25 Agosto 2009 di lhaudian

Mamma, me ne vado in Cina, ciao.